𝓻𝓮𝓪𝓶𝓸𝔂

Tra cieli e valli della Cappadocia
Tappa #2

📌Cappadocia, Turchia, Derinkuyu, Cappadocia 🕗 09:00

Le città sotterranee dimenticate

📌 Derinkuyu - 9:00

La strada da Göreme verso sud taglia un paesaggio che sembra disegnato da qualcuno che non aveva mai visto un paesaggio normale. Frans guida senza guardare la mappa — conosce ogni curva. Dopo circa trenta chilometri, il cartello per Derinkuyu appare sul lato destro della carreggiata: una cittadina ordinaria, polveriosa, con una piazza centrale, qualche bar, un mercato. Niente che lasci immaginare cosa c'è sotto.

Perché Derinkuyu è due città in una. Quella che si vede e... quella che non si vede.

L'ingresso alla città sotterranea è una bocca di roccia scavata nel fianco di un edificio basso, quasi una cantina. Frans si ferma un momento prima di scendere. «Ottomila persone», dice. «Forse anche di più. Vivevano qui sotto, a volte per mesi interi, senza mai uscire.» Poi entra, senza aggiungere altro.

Il primo gradino toglie già qualcosa — la luce, parte del calore, la sensazione di spazio aperto che avevi ancora addosso dall'alba. Il corridoio è stretto: le spalle sfiorano entrambe le pareti di tufa, la roccia vulcanica che qui ha un colore grigio-beige, quasi viva sotto le dita. Derinkuyu si estende per undici piani in profondità, fino a circa sessanta metri sotto la superficie. Non scenderete fino in fondo — nessuno lo fa per intero, perché dopo un certo punto i tunnel si restringono ulteriormente — ma già i primi quattro o cinque livelli bastano a cambiare la percezione del tempo.

Al secondo livello si apre un deposito: una stanza bassa, con nicchie scavate nelle pareti dove un tempo venivano conservati grano, olio, vino. Frans indica i solchi nel pavimento — le tracce lasciate dalle grandi giare di terracotta. «Non portavano provviste da fuori ogni giorno. Portavano tutto in una volta, all'inizio. Poi chiudevano.» Chiudevano, sì — con ruote di pietra circolari, alcune delle quali sono ancora lì, appoggiate contro le pareti come fossero state spostate ieri. Alcune pesano cinquecentocinquanta chili. Si spingevano dall'interno per sigillare il passaggio e dall'esterno non esisteva modo di aprirle.

Chi era fuori, restava fuori. Chi era dentro, restava dentro.

Più in basso, le cucine. Le canne fumarie sono state scavate in modo da disperdere il fumo attraverso una rete di cunicoli verticali prima che raggiungesse la superficie — un sistema per non rivelare la posizione degli ingressi. La gente che viveva qui non era primitiva: era disperata, ma ingegnosa. Gli storici collocano l'utilizzo più intensivo di Derinkuyu tra il VI e il X secolo, quando le popolazioni cristiane della Cappadocia si rifugiavano qui per sfuggire alle invasioni arabe. La città era già scavata molto prima — forse già nell'epoca ittita, millequattrocento anni avanti Cristo.

Frans si ferma davanti a un cunicolo che scende ancora. «Da qui in poi le luci sono più rade. Va bene?»

Il quarto livello è un'altra dimensione. Le lampade a led sparse lungo i corridoi proiettano una luce ambrata, soffusa, che non elimina le ombre ma le riposiziona — creano geometrie nuove, rendono le pareti di tufa quasi morbide. Il silenzio qui è diverso da qualsiasi silenzio che si può incontrare in superficie: è un silenzio con peso, con spessore. Non assenza di suono — presenza di qualcosa d'altro.

Una grande sala comune si apre sul lato destro del corridoio. Il soffitto è più alto del previsto — quasi tre metri — con colonne di roccia lasciate intenzionalmente in piedi per sostenere la volta. Frans non dice niente. Si siede su una sporgenza di pietra, incrocia le braccia. Aspetta che il posto parli da solo.

Ci riesce.

Fonte: bigthink.com

Pensare a famiglie intere — bambini, anziani, animali domestici — che trascorrevano settimane in questi spazi senza mai vedere il sole. Niente vento. Niente orizzonte. Solo roccia sopra, sotto, ai lati. La storia scritta nei muri di Derinkuyu non è storia di eroi: è storia di persone comuni che hanno scelto di sopravvivere a qualunque costo.

Prima di risalire, Frans mostra i pozzi di ventilazione: cunicoli verticali larghi appena cinquanta centimetri che salgono fino alla superficie attraverso tutti gli undici livelli, garantendo il ricambio d'aria anche nelle stanze più profonde. Sono circa cinquantadue, distribuiti lungo tutta la città. Frans spinge la mano aperta verso uno di essi — si sente un filo d'aria, fredda, che scende dall'alto. «Ancora funzionano», dice, con la stessa soddisfazione di chi mostra qualcosa di cui è personalmente orgoglioso.

💡 La città sotterranea di Derinkuyu è aperta al pubblico tutto l'anno, con orario indicativo dalle 08:00 alle 17:00 (verificare aggiornamenti stagionali). Il biglietto d'ingresso rientra nella Müzekart, la museum card turca che conviene acquistare se si visitano più siti in Cappadocia. Portate un maglione anche d'estate: la temperatura interna si assesta intorno ai 13°C costanti. I corridoi più stretti non sono adatti a chi soffre di claustrofobia — alcune sezioni richiedono di piegarsi in avanti per procedere. Kaymaklı, a circa dieci chilometri, è un'altra città sotterranea altrettanto estesa e meno affollata: vale la pena valutare entrambe se avete mezza giornata.

La risalita è lenta, non per fatica fisica ma perché qualcosa rallenta il passo. I gradini tornano verso la luce, il corridoio si allarga, la roccia diventa meno scura. Poi l'ultimo scalino e siete fuori.

La luce della Cappadocia colpisce forte. L'aria aperta, il cielo, la larghezza della valle — tutto quello che stamattina sembrava normale adesso è un privilegio evidente. Frans mette gli occhiali da sole senza commentare. Sa già cosa stai pensando.

Le persone che vivevano a Derinkuyu non avevano questa scelta.

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